Il tessuto produttivo italiano è caratterizzato dalla presenza di PMI e da una dipendenza dal credito bancario maggiore che in altri Paesi. Lo sottolinea la Banca d’Italia in una recente Audizione. Secondo i dati di censimento raccolti dall’Istat, vi sono 136.114 società che soddisfano i requisiti di PMI: di queste, circa l’80% rientrano nella definizione di “piccola impresa” e il restante 20% in quella di “media impresa”. Queste società generano un valore aggiunto pari al 12% del PIL mediamente pari a 196 miliardi di euro e contraggono debiti finanziari per 240 miliardi di euro.

Il mercato italiano


Gran parte delle PMI hanno meno di 20 addetti e confermano il mercato con la media di dimensione aziendale tra le più bassa in Europa.
Le piccole e medie imprese (PMI) sono il primo attore del sistema produttivo italiano, purtroppo negli ultimi anni, il loro ruolo è stato messo in discussione a causa delle crescenti difficoltà nel mantenere i livelli di competitività e di innovazione.
Infatti, al graduale cambiamento del mercato, il modello imprenditoriale italiano, così come si è sviluppato soprattutto negli ultimi quarant’anni, è rimasto sostanzialmente invariato. A questo modello si contrappone un mondo in pieno mutamento nel quale la rivoluzione tecnologica ha modificato e sta ancora modificando il modo di fare impresa compromettendo la longevità delle PMI meno lungimiranti.
La difficoltà maggiore riguarda il caratteristico accentramento organizzativo delle imprese industriali e tipico del capitalismo famigliare. Un assetto organizzativo troppo poco flessibile – solitamente composto da un’unica persona che accentra le funzioni di imprenditore e apportatore del capitale di rischio, l’unica a prendere tutte le decisioni strategiche e gran parte delle decisioni tattiche dell’impresa soltanto a volte supportato da altre persone ma comunemente legate ad essa da vincoli di parentela.
Questo modello organizzativo nonostante fino a qualche anno fa abbia garantito il successo del tessuto imprenditoriale del nostro Paese, garantendone flessibilità organizzativa e linee «corte» di comunicazione e di comando, oggi se non opportunamente istruito e opportunamente modificato, potrebbe rappresentare un modello superato ed inadeguato al contesto attuale.
Il mercato attuale, influenzato dalla globalizzazione dei mercati e dallo sviluppo tecnologico, impone modelli di gestione aziendale che prevedono sì alta specializzazione e conoscenza dei propri prodotti ma sempre più si distaccano dal core business per focalizzare l’attenzione su aspetti organizzativi - come la logistica, i servizi pre e post-vendita - piuttosto che su aspetti finanziari, fiscali e di conoscenza delle dinamiche macroeconomiche di mercato che ne influenzano lo sviluppo.
Quindi per gestire un’impresa oggi non basta più una elevata conoscenza interna aziendale - prodotti e produzione- ma occorre avere competenze diverse che spaziano al difuori dei confini aziendali, spesso ottenibili attraverso un processo di acquisizione di nuovo management o di sviluppo di quello interno preesistente reso possibile dall’affiancamento di consulenti specializzati e dalla riduzione delle attuali gerarchie a supporto dello sviluppo di un sano processo di delega.


L’imprenditore non è più a capo di un organismo verticistico eccessivamente accentrato, ma ha la funzione di coordinare un gruppo di dirigenti dotati di autonomia propria all’interno dell’organizzazione aziendale.


L’azienda è cambiata, alla gerarchia si contrappone infatti la cooperazione; all’autofinanziamento e al credito bancario, spesso concesso anche in base ad un’imprenditoria relazionale, si contrappongono un mercato più evoluto che guarda spazi internazionali – come il borsistico dell’AIM per le PMI - piuttosto che i fondi di investimento che richiedono interlocutori professionali e specializzati.
A una struttura finanziaria nella quale possono non esservi confini netti tra capitali propri e aziendali si contrappone la necessità di disporre di strumenti di reportistica e di analisi di bilanci periodici trasparenti e certificati. Ai difficili passaggi generazionali, che oggi segnano profondamente il destino di un’impresa, si contrappongono operazioni di M&A.
Purtroppo, queste difficoltà se non opportunatamente gestite determinano mancato sviluppo e quindi perdite di quote di mercato.
Il modello imprenditoriale italiano legato alla sua natura famigliare appare danneggiato dalle consuetudini del passato che non permettono di cogliere le opportunità derivanti dal un nuovo capitalismo generato dai mercati globali.

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